A ROMA IL CARRO DI TESPI LIRICO
Sul piazzale del Pincio, quando Roma è ancora attraversata da una luce sottile e i pini di Villa Borghese sembrano reggere il cielo come colonne scure, lo spazio comincia a cambiare volto. Arrivano prima le sedie: lunghe file che si allungano con pazienza, trasformando la passeggiata in una sala all’aperto. Poi prende forma il palcoscenico, montato con gesti rapidi e precisi, come se la città avesse imparato a costruire un teatro senza mura. Al centro di tutto c’è il Carro di Tespi lirico, una macchina scenica nata per apparire e scomparire, capace di farsi teatro in poche ore e di ripartire subito dopo.
Intorno, l’aria è piena di lavoro. I volontari dell’O.N.D. rifiniscono scene e fondali come se stessero chiudendo un cerchio: tirano teli, controllano incastri, sistemano prospettive. C’è un’operosità silenziosa, compatta, che non ha bisogno di parole: l’illusione deve reggere, perché tra poco il pubblico arriverà e ogni sedia occupata diventerà uno sguardo. Il fondale viene teso e aggiustato fino a sembrare definitivo, e intanto compaiono i dettagli che annunciano il titolo della serata: Aida. La cartapesta prende l’aspetto di un’antica solennità, con busti che evocano faraoni e dignitari dell’Egitto; figure leggere e fragili, eppure pronte a sembrare monumentali sotto le luci.
Ma il vero segreto del Carro è che, dietro la magia, c’è la strada. Una fila di camion sta lì come una colonna in attesa di muoversi; il mezzo di testa porta la scritta che annuncia il suo compito e la sua identità, quasi fosse un’insegna ambulante. È teatro che viaggia, cultura che si monta e si smonta, spettacolo che arriva dove può arrivare una ruota. Qualcuno lava i camion con una pompa, come a cancellare la polvere del percorso e restituire al pubblico un’impressione di ordine e pulizia: anche la manutenzione, qui, fa parte della scena. Sullo sfondo, i pini restano immobili, quinte naturali che rendono Roma ancora più romana, mentre il teatro all’aperto sembra nascere proprio da quel contrasto tra legno, teli e paesaggio.
E dentro questo ingranaggio, fatto di tecnica e disciplina, si intravede una firma che vale quasi quanto un colpo di bacchetta: Mariano Fortuny. È lui a portare un’idea di scena che non si limita a “coprire” il palcoscenico, ma lo trasforma in un ambiente, in un cielo artificiale, in una profondità possibile anche all’aperto. Nel 1929 il suo dispositivo scenotecnico viene applicato proprio alla realizzazione dei Carri di Tespi itineranti.
E qui la storia si intreccia con un nome che arriva da un altro mondo, quello delle officine e delle invenzioni: Enrico Forlanini. Non viene chiamato in causa come progettista “del Carro” in sé, ma come ingegnere che, negli anni Venti, collabora allo sviluppo del Sistema Fortuny (il complesso di soluzioni per luce e resa scenica pensato per ottenere effetti e atmosfere controllate). È un legame laterale, ma suggestivo: l’idea di Fortuny non resta soltanto visione artistica, trova anche un terreno tecnico in cui tradursi in meccanismi e applicazioni concrete.
Quando tutto è pronto, resta quell’attimo sospeso in cui il teatro sembra trattenere il fiato: le sedie schierate, il fondale teso, l’Egitto di cartapesta pronto a diventare vero per una sera. Roma, dall’alto del Pincio, appare come una platea naturale. E il Carro di Tespi lirico — montato per incantare e nato per muoversi — dà l’impressione che la strada possa diventare palcoscenico senza perdere nulla della sua magia.
